lunedì 2 novembre 2009

Superba è la notte

Questo blog ha perso la sua utilità.
Mi sto ancora chiedendo quale fosse, a dire il vero. In questo momento ho la mente vuota e fluttuo in una giornata eterea e impalpabile come tante altre. Sono quasi convinto che a breve farò un piccolo fagotto di ciò che ne è stato di me, e lo stiperò da qualche parte. Un posto dove sarà facile tornare per dare una sbirciatina tutte le volte che tornerà la nostalgia. La svolta. Il passato è nelle tue mani, oggi è già domani, citando a caso. Rileggendomi, mi accorgo di quanto sono stato patetico e illuso nel poter pensare che il dolore mi avrebbe aiutato a risorgere. Ora ho gli occhi spalancati sulla mia vita e sento finalmente tra le dita la felicità: è materia, si muove, mi avvolge col suo alito caldo, allontana il gelo. La nebbia si è diradata, è bastata una voce rassicurante a guidarmi tra le ombre. Il dolore distrugge sempre tutto quello che la speranza mendica al cuore, e questa nuova consapevolezza mi sembra così luminosa quanto foriera di verità. Lapalissiano! E come in tutte le cose andrò in fondo. Fino a farmi male, fino a cadere nella polvere, tra le lame, con la carne strappata, fino a morire. Tutto passerà. Non ho altro da dire, davvero. Ultimamente mi meraviglio di troppe cose, e rimango senza parole, più ebete che mai. Comunque, tornerò ogni tanto a trovarvi.
Anonimo, so chi sei.
In ultimo: dispiace un po' per la Merini, ma la vita fa il suo corso, e la morte è il suo approdo naturale. Un sorriso, Alda.

giovedì 22 ottobre 2009

Labbra blu


Rileggo quello che ho scritto su di te, circa cinque mesi fa, e sorrido.
Sorrido perché non pensavo potessi arrivarci, che in quelle righe c'eri tu, ma come al solito ti sottovalutavo.
Sorrido perché non mi vergogno più di dare un nome, un peso e una misura a ciò che provo.
Quando me l'hai detto, che l'avevi capito da un pezzo, eravamo seduti su quei gradini che non dimenticherò mai.
Eravamo lì e in quell'istante ho realizzato che continuare a nascondermi sarebbe stato inutile.
Mi avevi già trovato tu, e adesso non ho alibi.
Rimango semplicemente basito tutte le volte che mi guardi, che al confronto l'espressione più sciocca di un idiota mi farebbe proprio invidia per la sua intelligenza.
E non avrebbe nemmeno senso che io parlassi di te perché ogni singola parola che potrei usare per descriverti sarebbe superflua, banale, quasi offensiva.
Ma tu te ne freghi di tutto, e mi guardi con quegli occhi incredibili.
E io posso solo mettere da parte le mie paure pregresse.
Via, lame dal mio cuore, non mi servite più.

venerdì 2 ottobre 2009

Priorità

Non riuscirò a fingere ancora per molto.
Quest'ansia inutile è dolorosa.

sabato 26 settembre 2009

Voliamo invano

26 settembre, ore 14:51 -
questo preciso momento, questa foto -
questo preciso attimo di vita -
sai che non tornerà più, ma ne respiri ancora il ricordo

Sono seduto su un muretto, che si allunga per diverse centinaia di metri in questo tratto di lungomare. Le gambe nel vuoto, tre o quattro metri. Sento l'odore della sabbia e del mare, mi lascio colpire il viso dal vento forte che increspa senza sosta le onde. E' un rumore incessante che non finirò mai di esplorare. Legni fradici e alghe nere a riva, inerti sulla battigia, li distinguo senza difficoltà. Sulla sabbia impronte di cani, di gabbiani, di cingolati. Più vicino, invece, un bidone di plastica verde per la spazzatura. Sembra essere l'unica cosa che mi separa dal mare. Ma ormai mi basta chiudere gli occhi e ascoltare. Sì, ora siamo un tutt'uno. Mi parla, ne sono certo. Le sue mani sono il vento, le sue parole sono le onde che s'infrangono sulla barriera di scogli. Lo ascolterò ancora.

Non ho mai parlato molto di me, lo so. Lo farò di getto, senza pensarci su. La verità è che a distanza di un'ora sono sempre qui che cerco di capire il mio comportamento di poco fa. Ho dato di matto, ho sclerato. Forse, alla fine, è stato un urlo anche un po' liberatorio. Mi sono trattenuto a stento dal prendere a pugni e calci tutto quello che mi fosse capitato a tiro. Sono più pericoloso di quello che immaginavo, non so. Non mi era mai successa una cosa del genere, non a questi livelli. Sono una persona sempre calma, non mi arrabbio mai, non medito vendette, amo il dialogo e il confronto. Ma stavolta non ne sono stato capace. Un animale, niente di più. Ho mandato a quel paese la mia famiglia, in parte credo che la colpa sia anche loro. Ho rimandato la partenza, sì. Forse sono stressato e non me n'ero reso conto. Fatto sta che ora è di nuovo tutto sotto controllo, a mente fredda è molto più semplice razionalizzare. Penso che mio fratello, poi, abbia esagerato. Ho un ottimo rapporto con lui; gli voglio davvero bene. Ma quando si ostina a fare il terzo genitore diventa insopportabile, insistente, irritante. Alza di continuo la voce, spesso e volentieri per stupidaggini; è sempre incazzato per qualche motivo; non vive con serenità, preso com'è dall'ansia e dalle preoccupazioni. Già, io e lui per certi versi siamo l'esatta antitesi. Però stavolta la mia reazione è stata spropositata, lo ammetto. Ci sono abituato ai suoi modi e a quelli di chi mi sta più vicino, qualcosa è andato storto. In fin dei conti questo piccolo sfogo ci voleva, a volte accumulare troppa rabbia può fare davvero male.
Comunque, uscire di casa dopo aver sbollito è stata la cosa migliore. Ho preso la moto e ho fatto un lungo giro per rilassarmi. Poi sono venuto qui. E non c'è niente da doversi a tutti i costi chiedere. Adesso ogni singolo granello di sabbia saprà assecondare le mie paure.

mercoledì 23 settembre 2009

Archivi

Sembra che tutto stia procedendo proprio come doveva già essere stato, come in fondo deve andare. Come fosse stato già scritto e previsto da qualche parte. Come è giusto che sia.
Sì, sì, penso che questa lunga e statica assenza e l'apatia dinamica dei mesi scorsi siano in un certo senso collegate. Un'estate piena di vita, fitta, densa, così incessante da diventare eterea, vuota. Perché si può andare dappertutto e non stare neanche un minuto fermi senza raggiungere nessun luogo, e accorgersi di trovarsi nello stesso identico punto di prima. Poco tempo per pensare, poco tempo per scrivere. Ancora meno per rimanere soli con se stessi quel tanto che basta per rendersi conto di quanto professionalmente siamo in grado di buttare il nostro tempo.

Solo vecchie scartoffie e fogli senza alcuna utilità riesco a trovare qui, nella mia stanza piena di ricordi. Forse è giunto il momento di mettere ordine. La cosa migliore sarebbe anche azzerare le idee e ripartire da questa flebile speranza, che non riesco a scrollarmi di dosso da un po' di giorni. Così sottile e allo stesso tempo tenace, come a prendersi beffe del mio cinismo immotivato. Si ricomincia, questo è vero. Ma è importante in che modo lo si fa, e le premesse finora non sembrano poi tanto male. Andrà davvero come è giusto che sia? Giusto... bah. Troppe complicazioni, la trama è tanto lineare quanto sfuggente. Trama sinuosa e ambita. Ma la afferrerò, costi quel che costi. Ti afferrerò. Sei mia.

Non ho molto da dire su di me, in effetti. Ho ancora i rimasugli di un incessante senso di vacuità. Una cosa positiva è che sono riuscito a levarmi di recente un sassolino che avevo da più di un anno in una scarpa, gettandolo via con noncuranza. Posso sfogarmi un minimo, senza esagerare? Per una volta sì, dai. Parlo di A. e H., che mi hanno deluso a dei livelli che pochi avevano raggiunto. Ho scoperto tutto, sapete. Un piano ordito alla perfezione contro di me, e quasi riuscito. Ma alla fine cosa vi resta? Soltanto la vostra stupida voglia di ferire il prossimo e di credere di primeggiare. La vostra insensata bramosia di interpretare un ruolo da protagonisti nel teatro della vergogna. Tanti applausi a comando, mentre fate ciao con la manina all'onore a alla dignità. Primedonne dei miei stivali. Quanto rancore represso! Però ce l'ho fatta, e sono contento. Perché alla fine ho preso la decisione più appagante e al tempo stesso meno invasiva: l'indifferenza. Voi non sapete che io so, e mai lo saprete. Non ve la meritate nemmeno, la mia pubblica denuncia. Meglio che nessuno sappia fino a che punto vi siete spinti, sì, ora è tutto finito, è soltanto il momento di rendervi conto di quanto siete infimi e ridicoli, ma fatelo, lo dico per voi. Finalmente calma piatta, fronteggio emozioni piuttosto forti a viso aperto, le domo, le intrappolo, le assimilo, sono mie adesso, posso dirmi soddisfatto, una volta tanto. Sì, ora è tutto finito.

Giro per la terza e ultima volta la pagina.
Ho sonno. Dormo poco, penso. Leggo, parlo solo delle cose che non ho paura di affrontare mentre penso a ciò che non dico. Ho bisogno di riposare. Arrivo.

sabato 4 luglio 2009

Ci deve essere per forza

"Hai tutta la vita ancora per trovare quello che cerchi."
E se invece trovassi soltanto quello che quadrati? o quello che triangoli?
Ok, dopo questa pessima battuta, avete la facoltà di premere la X in alto a destra del vostro schermo e chiudere questa pagina. Me la sono cerc(hi)ata.
Fare il buffone mi riesce poco, preferisco tornare a fare il pessimista sull'orlo del suicidio che traspare da queste scartoffie elettroniche. Che poi nella vita vera io dia impressione d'essere tutt'altra persona, questa è un'altra storia. Probabilmente sentiamo l'esigenza di essere diversi dall'abitudine, oppure cerchiamo (voce del verbo cercare) di vederci come non siamo mai, oppure ancora tiriamo fuori una parte nascosta di noi, che non vogliamo o possiamo esternare altrove. Tutto questo per non dire assolutamente niente, sto semplicemente divagando.

Innanzitutto ringrazio S. per avermi fornito su un piatto d'argento la citazione iniziale e il titolo.
Che dire, sono frasi di speranza, d'ottimismo. Oggi mi guardo allo specchio e dico che: sì, forse è vero. Può darsi che io sia stato solamente un po' sfortunato finora, o troppo superficiale dal non riuscire a capirlo. Però oggi che mi guardo allo specchio vedo anche che, in 21 anni e un po' di giorni, ho combinato poco. E non ripetetemi che sono troppo drastico. Certo, ho quella ristretta cerchia (ci risiamo... avrei potuto dire gruppo, ma era troppo ghiotta quest'ulteriore occasione di rendermi ridicolo!) di persone che mi vuole bene, come tutti. E ne ho altrettante che mi odiano, come tutti. Ma appunto, rientra nell'ordinario di una vita che ho da sempre voluto condurre con troppa noncuranza. Magari ho solo paura di sprecarla in qualcosa di cui poi potrei pentirmi. Magari questa mia incessante ricerca del cambiamento, della novità, di emozioni forti e a breve termine, deriva proprio da questo. Non ho mai accettato le imposizioni, senza sapere che esse comprendevano anche quelle che si sarebbero rivelate utili e benefiche, rifiutate per principio assieme alle altre. L'antitesi curiosa sta nel fatto che a un'apparente leggerezza d'animo corrisponda in realtà un grande senso di attaccamento alla vita stessa, legato indissolubilmente a un'angoscia di fondo: il timore di non riuscire a "giocare secondo le mie regole", di non poter vivere fino in fondo le cose come vorrei davvero, di arrivare alla fine senza aver avuto il tempo di dare un senso alle mie azioni. Mi rendo finalmente conto che al giorno d'oggi un'anticonformismo sciocco e senza criterio non paga affatto.

Piccolo appunto finale per S. (un'altra S., stavolta): è la gente come te, egoista e senza scrupoli, che va avanti e ha successo. Ma piuttosto che essere come te, preferisco restare indietro e godermi da dietro le quinte il tuo squallido spettacolo.

domenica 28 giugno 2009

Strani giorni

Siamo come in una sorta di bolla sospesa nell'aria che non scende mai a terra e non si perde mai nel cielo.
Semplicemente fluttua, fluttua, fluttua. Poi moriamo.
Dopo la morte il nulla. E allora che cazzo viviamo a fare? Mangiamo, dormiamo e fottiamo. Tre ottimi motivi, e la pseudocrisi esistenziale si trasforma in una divertita analisi del senso della vita. Basta così poco per credere di essere felici! Questa è la grande fortuna dell'uomo.

Oggi, in questo pomeriggio afoso di fine giugno, ripenso a questa prima metà dell'anno che è praticamente volata, tra sorrisi e cazzate. Mi sento poco ispirato, butto giù un paio di poesie inguardabili e riordino il caos strisciante della mia stanza, che sta pericolosamente raggiungendo livelli di disgusto, persino per me. Intanto, nota positiva, il labbro ha risposto bene alle ripetute cure di: soluzione fisiologica, sapone antibatterico, risciacqui di colluttorio analcolico. Da ieri le crosticine fastidiose non si formano più, la pelle è guarita, il piercing è pronto ad essere maltrattato da cibo e lingua. Ora perciò ho una scusa in più per farmi guardare (con ancora più ribrezzo da preti e perbenisti) e un motivo in meno per vergognarmi della mia paura del dolore. Magari più in là mi farò martoriare anche la lingua, perché no. Poi, poi, vediamo un po' quali altre minchiate potrei raccontare. Ascolto a profusione una canzone che sono contentissimo di aver scoperto, e leggo di tutto fuorché i libri di testo (gli unici che dovrei divorare e che invece sono tristemente destinati a fare la muffa). Scopro anche che R. M. Rilke mi piace un casino, e inoltre per il mio compleanno passato da poco, mi sono stati regalati, tra le altre cose, un cd di Dente, uno di Marta Sui Tubi e un'altro di Max Pezzali. Quindi, a parte l'ultimo (non ho ancora deciso che farne, ma sto tramando), ne ho di musica di cui cibarmi, nei giorni a venire.
Last but not least, pianifico la fuga. Riflettendo sulle mie responsabilità, mi rendo conto di aver finalmente soppresso quel famigerato senso del dovere che quotidianamente uccide o peggio ancora rende angosciose le vite di tanti miei coetanei insicuri e con poca voglia di ribellarsi. E allora perché no? Basta con questa stupida farsa. Basta con questo stupido costume da uomo. Il mondo ha bisogno di me, solo che ancora non lo sa.

domenica 21 giugno 2009

Betelgeuse

Ho visto la tua umanità.
E sono di nuovo solo, come non lo ero da tempo.

venerdì 22 maggio 2009

Cristallo

Tempo. Tempo è ciò che non riesco a dominare. Dicevi che le risposte sarebbero arrivate assieme alla primavera, con lo sbocciare dei fiori e il canto armonioso degli abitanti del bosco. Il sentiero di ciottoli e fango fresco avrebbe annunciato il nostro passaggio nell'aria ancora umida, col suo ritmico scricchiolare, passo dopo passo. L'arrivo del buio forse non sarebbe stato affatto lugubre con te, che mi avresti guidato in profondità tra le nuove sconosciute ombre, sicura e confortante. Qualcosa, qualcuno, per non permettere che mi perdessi, sarebbe rimasto a vegliare, a parlarmi di tutto quello che mai e poi mai avrebbe potuto ferirmi, per non lasciare che mi rompessi. Un sorriso, e la luce non avrebbe più potuto trovare ostacolo abbastanza insormontabile, se solo avessi, avessimo voluto. Ma ho visto la mia fine perché hai aperto gli occhi troppo presto: lo so, non sapevi che anch'io vedevo con quelli. Amo ricordarti così, gaudente e libera, tra le bellezze che non ho mai visto, tra quei suoni che non sono più riusciti a spezzarmi il respiro, tra gli odori che non mi hanno ancora invaso l'anima tanto nel profondo. Mi spezzo in un istante di pura gioia, solo per te, per nessun altro ormai. E se capita che la luce mi colpisca, addirittura risplendo, acceco, prima di spegnermi per l'eternità.

mercoledì 13 maggio 2009

Che c'è di sbagliato in me?

Quando ero piccolo suonavo l'organo che c'era in casa che tutti dicevano che era di mio fratello anche se in realtà non era suo ma semplicemente era lui che aveva suonato con quell'organo tanti anni prima quando andava a scuola di musica e allora per questo motivo tutti dicevano che era il suo. Io volevo che fosse il mio e mi piaceva perché c'erano tante musiche belle da mettere ed era facilissimo perché bastava premere un tasto e partivano subito e tu eri lì e le ascoltavi e mentre lo facevi potevi anche premere i tasti bianchi e neri per suonare. I tasti colorati appunto erano melodie già registrate e potevi usarle come basi o come accompagnamento quando suonavi tu e non erano dello stesso colore ma c'erano quelli gialli quelli verdi e tanti altri ancora. Poi c'erano due grossi pedali neri sotto ma io non li usavo mai perché non li sapevo usare anche se ci avevo provato a usarli ma non mi era sembrato che il suono cambiasse granché e allora da quel giorno in poi non li ho più toccati. Erano sicuramente più belli tutti quei tasti bianchi e neri in fila che formavano un disegno che si ripeteva sempre uguale ogni sette tasti bianchi e non ricordo più ogni quanti tasti neri forse cinque chissà. Comunque gli strumenti che mi piacevano di più erano banjo e cello perché mi piaceva il loro suono infatti potevi anche cambiare strumento oltre a far partire le melodie ed era proprio il banjo quello che mettevo di più. Il tasto per accenderlo era nero e rotondo e bisognava girarlo e io certe volte ci giocavo girandolo prima a destra poi a sinistra poi di nuovo a destra così l'organo si accendeva si spegneva eccetera e un giorno mio padre mi rimproverò perché mi disse che se facevo così potevo romperlo e poi non avrei più potuto suonare ma io ho continuato a giocarci lo stesso quel giorno e infatti non si è rotto però poi non ci ho giocato più in quel modo perché ho pensato che era meglio non rischiare. Una volta mentre suonavo la corrente andò via ed io ero triste perché non potevo più suonare. Poi sono cresciuto e mio fratello mi ha regalato il suo vecchio nintendo col tetris e altri videogiochi del basket o dei fantasmi e poi mi ha regalato anche la playstation perché mi aveva detto che se non facevo arrabbiare mamma me la regalava e io ho fatto il bravo mi lavavo sempre i denti e non facevo capricci a tavola per le verdure e la sera per andare a dormire presto e quindi alla fine me l'ha regalata e io l'organo non l'ho acceso più e mio padre dopo un po' l'ha portato su in soffitta e adesso è lì e io ho paura che sia triste per colpa mia perché nessuno lo vuole più a parte la polvere.

venerdì 8 maggio 2009

Ad occhi chiusi

Aspetto ancora una tua telefonata, A., da quasi tre anni. E non riesco proprio a convincermi che non ritornerai più. Dovevi almeno avvisarmi prima di sparire, diamine, avresti dovuto farlo.
E ho persino paura ad entrare in quello stramaledetto bar. Ogni volta che torno a casa, dico che forse è arrivato per me il momento di levarmi questo dente, ma in questi tre anni ne sono successe di cose, cara A., ed io in quello stramaledetto bar ancora non ci ho messo piede. Autunni e inverni e temporali e notti di stelle cadenti, evidentemente non dipende da loro. Evidentemente il problema è un altro. Dico anche che non me ne importa granché: sarà semplicemente una paura stupida di scoprire che forse, e dico forse, sarebbe stato meglio restare col dubbio acceso.
Eppure sono così bravo a parlare con la gente assicurando loro che "credo che la cosa migliore sia cercare di vivere in modo da non avere rimpianti". Invece la realtà è un'altra: sono un cagasotto. Con cognizione di causa e presa coscienza di tutte le sfaccettature del termine e di tutto ciò che può comportare concretamente nella mia vita sociale, lo affermo convinto e con prove alla mano, ma fortunatamente sono abile a non farlo, e farmelo, pesare più di tanto.

Poi, poi, due piccole puntualizzazioni che mi sembrano doverose, di questi tempi.
Tu, sfrontata sfacciata che non sei altro, che ne approfitti della mia cordialità per prenderti confidenze pericolose. Non chiamarmi più Cicciobello, che neanche ci conosciamo. E non ripeterlo con insistenza: conosco le tipe come te. Almeno potevi dirmi il tuo nome, prima. Ma lo so lo stesso come ti chiami, cosa credi, che non ho usato i miei potenti mezzi per cercare informazioni sul tuo conto? E non esaltarti, è stata solo una semplice curiosità che ho voluto levarmi, niente di personale. In fondo non ce l'ho con te, però stai molto attenta. So che sei fidanzata, quindi evita di fare l'oca con me, che non attacca.
E poi tu, che riemergi dal passato in questo modo brusco. Anche su di te ci sarebbe da dire molto. Perché non riesco a decifrarti? Questa cosa mi infastidisce alquanto. So talmente poco di te, che potrei scriverci un intero libro di fogli bianchi e dargli il tuo nome come titolo. Sei bellissima, non c'è alcun dubbio, lo penso da un anno e mezzo ormai, di quella rara bellezza che sa d'innocenza e di cocenti delusioni. E sembri anche una persona interessante quanto basta per non annoiarsi, ma non ho approfondito in questo senso, sarebbe inutile sprecarci parole. C'è di te quell'aria introversa, quella timidezza così pura e quello sguardo che ha il sapore di un segreto celato chissà dove, che mi fa addirittura riconsiderare nel quadro apparentemente immutabile delle scelte della mia vita, una delle più importanti. Che non sia la molla in grado di spingermi davvero a cambiare molte cose scomode? O forse è solo il temporaneo momento d'euforia inconsapevole.

Spore d'incanto al recente concerto dei Marlene Kuntz. La poesia l'ho sentita scorrere dentro di me, seppure per poco tempo, come fosse un dolce supplizio di pelle strappata e tirata via con la forza per mettermi a nudo, inerme e fragile. E tremante, di vibrazioni calde e malinconiche. Un gioco da ragazzi nuotare a occhi chiusi nell'aria pesante, pronta a crollarmi addosso senza sapere quando. Mi sono sentito schifosamente solo, più piccolo di niente e con l'oceano intero in una mano, pronto ancora una volta a emozionarmi nel profondo. Grazie.

Qualche giorno fa, la sconfitta: ma l'ingenuità è destinata a terminare. Lo so.

lunedì 20 aprile 2009

Pause buone

Non so, ho perso tempo e voglia di dedicarmi a me. A parte il continuo, costante torturarmi nel ripassare abbastanza spesso i giorni che mancano al concerto dei Marlene Kuntz. Un conto alla rovescia che va avanti già da un po', accompagnato da tanta buona musica e nuove scoperte nel campo dei rapporti umani e dei miei modi di dimostrare affetto ingiustificato. Pause che colmano gli spazi tra i miei microcosmi sonori. Anche quattro minuti possono racchiudere ricordi a dir poco mostruosi.

Divertenti, interessanti gli ultimi avvenimenti fuori città. E le ultime chiacchierate notturne, poi. Surreali, fuori luogo, senza tempo, così calde e imprevedibili. Cambia la concezione che ho dell'apparenza e dei pregiudizi, imparo a fidarmi nel giusto modo delle persone e apprendo come sbarazzarmi dei pesi inutili. Tutte cose semplici, sì, ma dopotutto la mia crisalide non si muove nemmeno. Pause in fin dei conti utili per riflettere. All'orizzonte anche un progettino niente male di scappare via da questo viversi addosso "inutile e triste come una birra senz'alcool". Lavori in corso.

venerdì 10 aprile 2009

Umiliato dal sonno

Fingiti me
per ingannare non serve il cuore
fingiti me
per l'insolenza non serve voce
entra in me
prendi anche il fiero stupore
se tu fossi me sapresti fuggire
al meglio gestire questo mio dolore
che in fondo mi diverte

riuscivo a stento a credere
che tu fossi pronta a concederti
e in quel momento avevo paura di me
è stato facile riuscire a non parlare
senza nascondere di provare
quell'imbarazzo che mi faceva sparire
sono stato il diversivo di una notte di neve
che non mi ha lasciato molta dignità
sono stato la tua unica soluzione
per dimenticare
la tua volontà

molto diplomatico il saluto
di rivederci e chissà quando
avrei voluto dissuaderti
per tenerti stretta ancora a me
non sono riuscito nemmeno
a guardare i tuoi occhi
che non volevano più parlare
sentire

giovedì 26 marzo 2009

Ritorno al porto

Mentre Lomo mi inquietava le orecchie, nel buio, avvolto tra pieghe ormai calde di una coperta, sentivo come un soffio d'aria fresca tra i capelli. Ma la finestra era chiusa.

Risveglio incerto stamattina, troppe cose nella testa, troppo poco propense a lasciarsi afferrare. Una giornata grigia, discorsi soliti, qualche novità di poco conto. Poi, sul tram verde immerso dentro a un primo pomeriggio soleggiato e ventoso, l'incontro con l'incompetenza di un controllore canuto che decide, in cuor suo, che sia meglio chiedermi un documento e compilare con precisione quasi maniacale, mista a un malcelato sadismo, una simpatica contravvenzione, piuttosto che lasciarmi il tempo di trovare il biglietto, finito in una tasca del portafogli che nemmeno sapevo di avere. Non mi preoccupano i soldi, figuriamoci, qualche film al cinema in meno. Ma la mia buona fede, quella sì.

La notte è diversa, per fortuna. Si avvicina un nuovo weekend, sempre alla ricerca di emozioni nuove: l'interrogativo invariato, arriveranno oppure no? L'ultimo sabato non è stato usuale, devo ammetterlo. Mattina breve e assonnata, pomeriggio violento e rassicurante, serata allucinata e adrenalinica. Proprio quello che ci voleva per smorzare malumori accumulati e affrontare quelli venturi. Un pezzo strumentale mi parla con logorrea e prolissità, molto più di quanto possa fare un brano punk o rap, mentre ripercorro discussioni surreali e immagino processi mentali che forse non mi è concesso di capire fino in fondo. Mi chiedo, al di là di tutto, il motivo per cui io sia stato colpito duramente e spento definitivamente, proprio da chi mai avrei avuto il coraggio di sospettare. E mi consolo, spiando ancora una volta emozioni in comune col carnefice, perché non sono l'unico ad aver perso, anzi, forse non sono nemmeno quello che a conti fatti perderà di più. Che bello.

E' mia la guerra, è mia la resa?

domenica 15 marzo 2009

Nostalgie (parte II)

Yamanote, Edo
1672, Kisaragi 2

Arriveranno, sono sicura. In questi ultimi tempi le cose sono cambiate in modo così rapido da non lasciarci nemmeno il tempo di pensarci su in modo serio. Molti in paese sono preoccupati, anche mio nonno. Mi dice spesso di non uscire di casa, soltanto se è urgente. Ma a volte capita che devo andare al pozzo a prendere l'acqua, oppure al mercato, o che devo recarmi da Kumitsu, nella parte alta della città dentro le mura, per badare ai suoi figli quando è via. Sono diversi mesi che vado, ogni due giorni circa, mi paga qualcosina e i soldi ci servono. Dovremo spostarci verso Tsukiji, lì il lavoro non è un problema, e questa inutile guerra sembra che non si spanderà fin laggiù. Eppure, riesco lo stesso a non lasciarmi prendere dall'ansia nonostante questa minaccia sempre più concreta che potrebbe giungere fin qui e spazzarci, nel tempo di un kashiwade, e altrettanto velocemente proseguire oltre. Io non ho paura, se devono arrivare, che arrivino.


Yoshino, Nara-Ken
1672, Yayoi 23

In un attimo di sosta durante questa lunga ed estenuante marcia, ne approfitto per riportare gli avvenimenti degli ultimi tempi. Mio nonno era felice, dopo aver incontrato Matsuo Bashou in persona. L'abbiamo incrociato, perché era diretto dalla parte opposta, verso Edo. L'ho visto di sfuggita, in realtà, poiché potevano entrare soltanto gli uomini nella sua tenda. Deve avere una grande stima nei suoi confronti, mio nonno; mi ha persino riportato un rotolo, racchiuso in un cilindro d'avorio riccamente decorato, su cui sono scritti dei versi, di pugno dell'autore stesso: "kashi no ki no, hana ni kamawanu, sugata kana". Me l'ha dato e l'ho ringraziato, sapevo che per lui significava tanto. Poi siamo dovuti ripartire, perché non avevamo tempo per fermarci, dovevamo proseguire. A tutt'oggi ci stiamo muovendo verso nord-est, le guide dicono che non manca poi molto, ci rincuorano tutto il tempo. Mio nonno è molto stanco, a volte lo faccio appoggiare un po' a me per alleviargli la fatica, anche se lui spesso fa l'orgoglioso e mi dice di non preoccuparmi. Ci sono dei giorni che marciamo anche per più di dieci ore, non c'è tempo, non c'è più tempo.

martedì 10 marzo 2009

Nessuno te l'ha chiesto

Il tempo fa il suo corso. Semplice e banale.
Farmi del male non è più una priorità. Magari un passatempo saltuario, da praticare con moderazione, di tanto in tanto.
Nelle mie lodevoli e disprezzate iniziative, finalmente trovo il senso di tanto penare. Niente è davvero inutile, in fondo.
Sorrido e conservo le lacrime indolori per celebrare quello che mai sarà.
Mi capisco molto più nei pressi della scelta che perso nei sogni.
"Yes. Everything's alright."

mercoledì 4 marzo 2009

Divenire

I giorni passano veloci, ora.

Ascolto Einaudi nelle cuffie bianche, col filo sotto la felpa nera, aspettando dentro un tram verde, nel grigiore di una mattina immersa di nebbia e umidità, che il tuo sorriso mi riaffiori sempre più nitidamente in testa. E ti penso, tra canzoni e odori di gente in viaggio, come me.

Non avrei mai creduto che gli eventi e le situazioni vissute nelle ultime settimane potessero realmente arrivare e bussare, così all'improvviso, alla soglia della mia piccola sconosciuta porta, e prendermi e scuotermi e trascinarmi. Colpito, lo sento, un po' bruscamente alla sprovvista, un po' in fremente e consapevole attesa, deciso a non perderne nemmeno un secondo, mi sono tuffato senza assicurare la fune all'ormeggio. Ora ascolto il rumore delle onde, del riflusso.

La fune cade giù, la vedo chiaramente. La parte arrotolata quassù, su questo grosso scoglio di cemento, si assottiglia sempre più. La cosa giusta da fare sarebbe quella di afferrarne l'estremità, prima che sia troppo tardi. La cosa giusta. Osservo immobile la corda, in fibra di nylon attorcigliato, cadere giù un po' alla volta.

Penso che ci sia poco da fare, e tanto da aspettare. Nella mia stanza il rombo di un tuono distrae la mia mente dalle difficoltà, contorce sensazioni, spiana per bene il posto a una nuova rassicurante calma. Il Twinings vanilla è troppo caldo, ma riporta miracolosamente il treno nei suoi binari di realtà e ricordi recenti.

Libri in spalla, scendo dal tram e inspiro a occhi chiusi aria gelida. Un oculista per queste pupille sempre dilatate, e magari già che ci sono tagliare un po' i capelli. E farmi prestare un quaderno di appunti delle lezioni di calcolo, nemmeno questo sarebbe un proposito poi tanto sbagliato. Non può esserci niente di più insensato adesso, niente di più stupido, di più incoerente, che seguire questa ovvia e ragionevole strada avanti a me, di asfalto, auto in fila nel traffico e bar semivuoti. Capire il mio ruolo sarà la sfida dei prossimi giorni, forse mesi. Sono pronto, pugni stretti, pelle d'acciaio intorno a un cuore di vetro.

martedì 24 febbraio 2009

Teofania diretta

Il piede incauto fa schizzare il fango
che la notte
e la terra umida non possono asciugare

fuori non piove più
e pesando ogni passo che mi allontana da te
sento che ricomincia dentro
ritrovandoti nel gelo intorpidito
sì, ora ricomincia a piovere

mi sposto dalla strada
su un cemento lucido d'insidie
panchine e infissi
in un modo o nell'altro mi troveranno
le angosce

pensare o non pensare a niente
panchine e infissi
credevano che non lo sapessi
che non ero solo
le angosce

t'avrei bisbigliato
che sono tuo e non sarò più d'altri
che foglie e alberi
avrebbero conservato quel segreto
che sarei tornato a bere nuove emozioni:
il vento e il sole
e le mani viola strette attorno ai polsi caldi
e baci sfamati nella tenera fragranza
del meriggio più atteso
e quel mare negli occhi e le parole dense

se pioggia e lacrime non si confondessero
avresti capito
che non posso permettermi
quest'eterna fame
avrei capito
immaginandoti come un treno in arrivo
che rallenta e non si ferma mai

guardo il cemento lucido
riflette, quasi acceca
perché la luna si sta alzando piano
ma tutto poi vi scivola
acqua e speranze

non mi libererò più di te
perché di te ho costruito
l'involucro di spini sul mio cuore

lunedì 23 febbraio 2009

Scialbe autarchie

Mieti in pieno la rabbia
soltanto dove non c'è avversione
vedi bene adesso il tuo ruolo
e la luce trova la strada al tuo livore serbato
amplifica saggezze
sceglie le parole più dure

non lo ammetterai mai
hai solo imparato a sorreggere
lo squallido pretesto
per sopravvivere a quelle ferite aperte
nella facilità di un compromesso
disarmante come non lo era stato mai
vivo

nascosto non è cancellato

riprendendo in mano
i pezzi di una distratta riflessione
ascolterai quel rancore malcelato
forse ancora si muove

è la prassi distenderti quando dovresti fuggire
luna nuova, nuovo corso
porti in me l'incoscienza più amara
che in terra ostile afferra la realtà
dalla mia solida gabbia d'illusioni
di giorno in giorno la sento, pulsante
come un uragano mai spento nel petto
ormai assuefatto al desiderio
di trovare imprudenza nella tua arrendevolezza
e fermo l'istante senza colpe di un errore
e ho sete di te e paure
privarmene domani non sarà più un problema
se solo domani diventasse ieri

che il tempo non aiuterà a strappare il ricordo
lo sapevi già prima di quegli occhi
nei tuoi

mercoledì 18 febbraio 2009

Sanguino nella tua bellezza

Venti minuti di ritardo. Ci scusiamo per il disagio.
Venti anni di ritardo. Ci scusiamo per l'intrusione.

Rosico.
E rosico come non ho fatto mai in vita mia.
Rosico, rosico, ma soprattutto rosico.
Rosico smodatamente e febbrilmente.
Vorrei che fosse chiaro, sì, sto rosicando.
Non per essere ridondante, ma ci tengo a sottolineare che rosico.
E non faccio altro.

Frustrazione.

Vorrei prendere a pugni il muro, e ridurmi le mani come Dae-su. Ma non ho le palle per farlo davvero, perciò mi accontento di dirlo tra me e me, e di immaginarlo. Non è la stessa cosa ma per un istante dà l'illusione che forse, un poco, aiuta.

Come quando hai davanti un pezzo di torta, della più gustosa che tu abbia mai visto. Ma ti dicono che puoi solo assaggiarne un pezzettino minuscolo, e che il resto non puoi toccarlo, che non è per te, e che anche volendo, non potresti mai averlo.

Poi torna l'alba e tutto ricomincia uguale a prima.
Si torna a perdere lentamente sangue senza ferite, un po' senza accorgersene, un po' perché in fondo lo si vuole, perché alla fine piace. Piace eccome.

domenica 15 febbraio 2009

Marco e Giulia

- Zitto! E' il suono della pioggia che sta battendo sul vetro. Zitto.
- E tu per questo mi hai detto di fare silenzio?
- Ascolta! Senti come ticchetta ora.
- Ma...
- Chiudi gli occhi! Che ti sembra?
- Ma... non lo so... è come... il rumore delle unghie di una mano... è un ritmo... fai caso alle pause, alle riprese...
Un secondo dopo si era già avvolta nelle coperte, e lo guardava incessantemente, da là sotto. Soltanto la testa spuntava fuori, aveva i capelli legati. Gli sorrideva, e agli angoli degli occhi si era accesa quella solita luce che lui bramava tanto. Non le disse cosa gli frullava per la testa, no. Forse l'avrebbe strappata via dal suo viso, se solo avesse potuto, quella luce, con le sue stesse mani.


Giulia non si è più voltata indietro, quella mattina. Continuava a camminare lungo il sentiero cosparso di foglie secche, ascoltava il vento che le sussurrava, sentiva nel petto una strana emozione. Mentre schiudeva le labbra secche, inumidendole con la punta della lingua, la sensazione di avere un nodo in gola si impadronì di lei in un attimo.
- Ti aspetto alla solita panchina, alle dieci in punto. Ci sarai?
Ripassava queste parole nella mente confusa, allontanandosi sempre più da quella panchina verde un po' speciale, magica. Perché lui non c'era? Cosa poteva essere mai successo? E mille altri interrogativi la angustiavano. Aveva la fronte corrugata, l'espressione malinconica e accigliata. Per non pensarci, aveva iniziato a contare i passi. Ventuno, ventidue. Tutto inutile. Dopo aver emesso un lungo sospiro, e respirata l'aria frizzante del parco, era tornata al suo motorino, parcheggiato lì un'oretta prima. Quasi senza volerlo, senza accorgersene, si era ritrovata proprio in quel punto esatto. Si stringeva tra le spalle, mascherando con disinvoltura il disappunto, mentre con estrema cura toglieva e avvolgeva la catena. Casco, chiavi. E la strada verso casa, amica di centinaia di viaggi e ormai così familiare per lei.


Era felice, così felice di rivederla. La osservava nel suo silenzio, sentiva che c'era un'atmosfera particolare. Dille qualcosa, e anche subito, si intimava da solo.
- Posso spiegarti per ieri, è che...
- Te l'ho forse chiesto?
Era rimasto interdetto. Sentiva i sensi di colpa che come mannaie affilate gli laceravano la carne, strappandogli i vestiti di dosso e lasciandolo nudo e inerme di fronte a lei. Avrebbe voluto fare qualcosa di bello in quel momento, per riscattarsi, qualcosa che lei avrebbe potuto apprezzare davvero. Vorrei avere la capacità di aggiustare le cose con la stessa abilità con cui invento scuse pietose, si era detto. Sentiva nel suo tono secco e leggeva nel suo sguardo indurito note di insofferenza poco piacevoli. Dovrò cominciare ad essere anch'io così intransigente con me stesso, pensava. E intanto la guardava con l'aria di chi è innocente ed è stato frainteso.
- Marco, si può sapere che hai?
Non aveva replicato a quella domanda. Dopo tutto, lei era così, e lui lo sapeva bene. Erano così simili, eppure ogni volta riusciva a stupirlo. Ogni volta si meravigliava, perché lui avrebbe dovuto prevederla, avrebbe dovuto capire e anticipare le sue mosse, ma più passava il tempo e più si rendeva conto di non conoscerla così bene come si aspettava. Non aveva detto nient'altro, l'aveva abbracciata, cingendole entrambi i fianchi piuttosto mollemente, senza forzare. La sentiva che lentamente si abbandonava al suo gesto. I loro corpi tiepidi si erano avvicinati, ed entrambi avevano sentito il calore dell'altro aumentare e farsi più concreto. In piedi di fronte la facciata di quel palazzo antico, per lunghi attimi avevano smesso anche di respirare. Con i gomiti e gli avambracci sul suo petto, allontanando il busto e inarcando la schiena all'indietro, si era messa a guardarlo con intensità, mentre ancora le mani e le braccia di lui le attorniavano l'addome, sorreggendola in equilibrio e permettendole di sbilanciarsi.
- Devi dirmi qualcosa?
- Mi fai impazzire.
Di getto, senza nemmeno pensarci un secondo di più, le aveva risposto istintivamente. Subito dopo aveva abbassato la testa per baciarle dolcemente il dorso di una mano che Giulia aveva poggiato candidamente sul suo collo, suscitando in lei un leggero imbarazzo. Vedeva chiaramente che stava arrossendo poco a poco, accorgendosi anche che aveva iniziato ad accarezzargli una guancia con la stessa mano, come per contraccambiare. Era come inebetito da quel gesto d'affetto, e la guardava così teneramente da costringerla, dopo alcuni secondi di sospensione, ad abbassare gli occhi a terra. Ora si accorgeva fino in fondo di quanto fosse bella e di quanto realmente potesse piacergli, ad un livello che non si sarebbe mai immaginato: trovava sfumature, particolari che al tempo stesso erano per lui entusiasmanti e terrificanti. Perché si sentiva quasi atterrito, capiva che scavando a piene mani nella sua bellezza avrebbe trovato alla fine della sua ricerca lo sgomento e la consapevolezza di essere totalmente assoggettato a lei, completamente in suo potere. Perché ne era spaventato, e affascinato. Guardava i suoi capelli scuri mossi dal vento leggero e illuminati dal sole, le fossette delicate ai lati della bocca che nascevano ad ogni suo sorriso, il chiarore appena accennato delle morbide guance. Non ci sarebbe stato nient'altro che quest'immagine di lei nella sua mente per i successivi, interminabili minuti che avrebbe passato al suo fianco. Cominciava anche a chiedersi se fosse davvero innamorato, stavolta. Non può finire sempre male, non stavolta, rifletteva in cuor suo. Lei gli sorrideva e indugiava con lo sguardo sulla sua bocca, rievocando il pensiero di un bacio violento e coivolgente, come le piaceva tanto riceverne. Marco lo sapeva bene. Sì, aveva proprio voglia di baciarlo in quel momento, ma si stava trattenendo. Forse voleva fargli pagare qualcosa.


- Fatti vedere meglio!
Nel frattempo si allontanava di qualche passo. Era così alto... Mentre si metteva sulla punta dei piedi, si accorgeva di arrivargli soltanto al mento. Vedeva bene la sua barba rada, la pelle imbrunita dal sole, molto più abbronzata della sua. Il suo viso tondo, un sorriso gentile appena accennato, gli occhi castani, allungati, tenuti socchiusi, e quella piccola cicatrice vicino al labbro su cui era solita fantasticare tanto. Con la coda dell'occhio si era accorta che lui stava allargando le braccia e alzando le spalle, in un gesto continuo, pacato e armonioso.
- E che devo fare? Non mi muovo, sai.
Rise sommessamente, e non smise di sorriderle nemmeno per un momento. Era buffa quando si comportava in modo strano, pensava lui.
- Non li metto i tacchi per uscire...
- Te l'ho forse chiesto?
I loro sguardi si erano incrociati, si erano trovati per qualche secondo. Nessuno aveva desistito, o guardato altrove. Lui continuava a sorridere, lei era diventata seria dopo quelle parole, come se l'avessero fatta di colpo incupire. Perplessa, aveva inarcato un sopracciglio. In tutta risposta, lo osservò mentre serrava gli occhi e riprendeva il discorso.
- Ascolta, devo dirti una cosa. Una cosa che devi sapere...
- Marco, non mi interessa.
- Ma devi saperlo. Non voglio che tra noi ci siano segreti, e preferisco dirtelo io.
- Se ti fa star meglio parla. Ma non cambierà niente.
Lungo silenzio. Intanto aveva riaperto gli occhi. E scrutava Giulia, mentre cominciava a raccontare.

domenica 8 febbraio 2009

Onirico

Mi chiamo Delirio, e questo è il sogno alquanto strano che la mia testolina ha deciso di partorire stanotte.


Ero in giro, non so bene dove, un marciapiede largo e frequentato, aria umida e vento caldo, avevo le mani in tasca e passeggiavo non troppo velocemente, per poter guardare bene le vetrine dei negozi. Pomeriggio inoltrato con poca luce, venditori di ombrelli, bancarelle imbottite di cianfrusaglie che la gente si limitava a guardare mentre passava. Apro una porta scura con una grande maniglia di ferro, come se già sapessi perfettamente dove mi stessi recando. Vedo un bancone, due signori dietro, ognuno davanti a un monitor. "Che strano posto, così artificiale" ho pensato; l'ambiente era piuttosto piccolo, con due grandi lampade di luce bianca che pendevano dal soffitto e creavano un'atmosfera strana. Mi avvicino, tanti cellulari nelle teche davanti a me, conservati sotto vetro quasi come reliquie. Un signore mi sorride dicendomi "posso esserle utile?". Cercavo un telefonino, gli dico questo, più o meno. Gesticolo un po', per fagli capire meglio cosa voglio intendere, evidentemente non sapevo bene il modello quale fosse. Mi fa vedere un telefono che prende da uno scaffale, lo ricordo bene, è Nokia, tutto nero opaco, modello slim a scorrimento, con la tastiera numerica nascosta quando è chiuso (chissà se esiste sul serio, ndr). Guardo nella scatola, ci sono le istruzioni, il manuale da cento pagine, la custodia, il carica-batteria, manca l'auricolare però, e glielo faccio presente subito. Ne tira fuori uno sempre della stessa marca, color argento, e mi dice che può essere mio a soli ventiquattro euro e novanta centesimi in più. Ci penso su qualche istante, poi annuisco. Intanto l'aria si fa pesante, quasi opprimente. C'è qualcosa che non va, è il mio presentimento. Il tizio, sulla trentina e vestito piuttosto elegante, prepara la scatola, la chiude, mette nella busta anche l'auricolare acquistato a un prezzo bomba, insomma, la procedura standard per vendermi il prodotto. Resto lì, aspetto, mi guardo in giro, mobili rossi, sembrano come verniciati di recente. Di fianco alla cassa, l'uomo poggia la busta con il cellulare, sempre restando seduto, con gli occhi fissi sul monitor del suo computer. "Quanto viene?", gli domando. Nessun responso. Ripeto la domanda. Lui è immobile, fisso in quella posizione. Non muove un muscolo del suo corpo. Alzo la voce, ma nemmeno questo sortisce alcun effetto desiderato. Cerco risposte, invano, e mi accorgo che anche l'altro ragazzo è immobile. La loro pelle è liscia, lucida, come fossero delle statue. Prendo lentamente coscienza della situazione, faccio un passo indietro, il terrore mi attanaglia. Solo mura intorno a me, anche la porta da cui ero entrato non c'è più.


Mi sveglio nel mio letto, inquieto. Premesse: non cerco nessun telefono, anzi, mi trovo benissimo da oltre un anno con il mio N70 ipertecnologico; non ho mai visto quei posti e quelle persone, o forse semplicemente non li ricordo; erano anni che non ricordavo un sogno. Ho dovuto ripeterlo più volte questa mattina, nella mia mente, per poterlo fissare bene e non dimenticarlo; altrimenti, tutto sarebbe stato vano. I miei sogni, quelle rare occasioni in cui la mattina ho qualche immagine ancora nella testa, svaniscono con una rapidità inaudita, lasciandomi un po' con l'amaro in bocca, con la colpa di essermelo fatto sfuggire, con la consapevolezza che non tornerà più, con la curiosità che non sarà mai appagata. Chissà qual è il significato di questo, sempre se ne ha uno. La prima cosa che mi viene da pensare è: tentare una meta, un obiettivo, e sul più bello non riuscire a raggiungerlo. Una situazione spiacevole e frustrante, in effetti. La sensazione di sentirsi in trappola, chiusi in una gabbia avulsa dalle proprie sicurezze. Una metafora della mia vita, o c'è dell'altro?

sabato 7 febbraio 2009

A1 (del Sole)

Leggevo una cosa scritta di getto, circa quattro mesi fa, che mi ha fatto sorridere un po'.


Milano, 02/10/2008, 23:30
"E' tardi, domani devo alzarmi, che palle. Ci sarebbero molte altre banalità da dire. Ormai scrivere su di me sta diventando noioso, oltre al fatto di venire tacciato di egoismo. Scriverò qualcosa sugli altri allora, giusto per annoiarvi un po' meno, e poi è più di un mese che non scrivo nulla, quindi se vi siete già rotti di leggere che ci fate ancora qui, andatevene no? Dicevo, riprendendo il discorso (mai inziato) su questa insulsa città (come tutte le grandi città, non ci fate caso, sono io che amo la vita di campagna), vi narrerò quello che succede da queste parti. O meglio, quello che è il ritratto della gente che popola questa ridicola città. Carino il Duomo, devo ammetterlo, ma resta comunque ridicola. L'altro giorno tornavo su a Milano in treno e una signora seduta vicino a me faceva ritorno a Lodi dopo essere stata un mese dai genitori ormai anziani in Puglia. Come potete vedere mi ricordo tutti i particolari, strano visto che non ricordo cosa ho mangiato ieri sera. Beh, questa qui prima mi guardava (sarà una ninfomane, oppure era semplicemente attratta dal mio seducente e accattivante aspetto fisico), poi ha iniziato a parlarmi di lei, della sua stupida vita, dei ritardi dei treni, delle tendine che si incagliano e ti arriva il sole in faccia, dei suoi sette splendidi cani, barboncini bianchi nani rasati alle zampe e sul dorso per farli sembrare vagamente delle goffe palle di candido pelo, eccetera. A un certo punto ha tirato fuori il cellulare per farmi vedere le foto dei suoi meravigliosi barboncini, con tanto di cornici coi cuoricini. Dico a lei! Sì, proprio a lei, se è una signora sulla quarantina che ultimamente ha viaggiato in Eurostar sull'Adriatica e possiede sette splendidi barboncini, si lasci dire una cosa: ma cosa diamine vuole che me ne importi dei suoi mostriciattoli abbaianti? Con tutto il rispetto per i cani, che adoro, ma quelli non erano degni di essere chiamati cani, facevano proprio pena, e non ho alcun rimorso nell'urtare la sensibilità di tutti i propietari di barboncini che stanno leggendo. Dunque, dicevo qualcosa. Ah sì, ma perché la gente crede che tutto quello che gli riguardi sia interessante? Bah. Non potevo nemmeno ascoltare l'i-pod con quella che mi continuava a parlare nell'orecchio, sotto lo sguardo di biasimo degli altri intorno a noi, costretto per mezz'ora buona ad annuire ad ogni sua frase. Ho ancora troppo tatto per dire a una signora lombarda amante dei barboncini che i suoi figlioletti non rientrano nella lista dei miei interessi e nemmeno in quella dei miei argomenti di conversazione. Non prendetemi per spietato, vorrei vedere voi in quella situazione. L'altroieri ero in autobus invece, non ricordo dove stessi andando di preciso, ultimamente giro parecchio. Un'adorabile vecchina si avvicina e incrocia il mio sguardo distratto, al che la mia coscienza di cittadino modello mi dice "cazzo fai là fermo, alzati e cedile il posto, cafone". Risposta: "no", secco, sibilante, contornato da uno sguardo quasi di disprezzo, di superiorità, di ego ferito, di persona "incazzata perché mi hanno dato della vecchia e il mio orgoglio non può tollerare un simile affronto". Ma allora vai a quel paese, scusa! Uno va per farti un favore e lo ripaghi con freddezza, distacco e senso di superiorità. E' normale una cosa del genere? Mi sarei accontentato di un "no grazie non ti preoccupare scendo tra poco", mica chiedo tanto. I tempi cambiano, diceva qualcuno che non cito perché non conoscete "o tempora, o mores". La prossima volta dirò "signora, se mi implora in ginocchio di lasciarle il posto a sedere perchè la caviglia non la regge più, l'artrosi le dà noia e le vene varicose iniziano a farle male, beh, forse se mi impietosisce abbastanza mi alzo, però dico forse, poi vediamo". Dove andremo a finire? In ogni caso basta con le cazzate, ho passato questo quarto d'ora abbastanza bene in fondo, ho scritto un po' di vaccate che a rileggerle tra un paio di centilioni d'anni faranno ridere i polli vallespluga. Notte a tout le mond!"


Ammetto che quello che pensavo allora, non è cambiato poi granché, la considerazione delle cose resta la stessa, forse con un pizzico di consapevolezza in più. Certe volte ripenso alla Capitale, così grande e sconfinata che ti ci puoi perdere con facilità estrema, ripenso ai soliti percorsi, al 409 dall'Arco di Travertino, al capolinea del 545 ogni mattina nel freddo della piazza a guardare il cantiere della metro sempre uguale e immobile, ai tram 5, 14 e 19, al Doner Kebab di Largo Preneste, a piazza San Giovanni stracolma di Maggio e alla fame chimica delle 3 di notte, ai cartelloni strappati della Prenestina, al notturno sempre strapieno di extracomunitari di ritorno a Centocelle, al calore del Sole anche a gennaio, agli scrosci improvvisi, al supermercato di piazza Malatesta, alla ragazza dell'Illy Bar, alla prima volta che ho fatto la fila in segreteria alla Sapienza, a qualche amico sparso da qualche parte, a via del Corso pullulante e fremente di vita, all'Obelisco e ai cinesi davanti al Colosseo, alla scalinata di piazza di Spagna e al muretto di fronte la chiesa dove ammiravi la cupola di San Pietro e ti sembrava di avere in pugno tutta la città, al Lungotevere e alle acque salmastre, al cinema e ai film visti a Repubblica, alla Footlocker sulla Tuscolana, al ristorante mongolo in via Regina Margherita, a Termini piena di tifosi scortati dalla polizia, alla gente che ti saluta senza conoscerti, allo smog e alle macchine che ti sfrecciano a due centimetri dal piede, alle code e ai semafori interminabili, alle ragazzine di quattordici anni in minigonna a Castro Pretorio che aspettano la metro per andare in discoteca alle cinque del pomeriggio e sentirsi un po' più grandi, ai giardini dell'università dove ogni tre secondi ti fermano per chiederti se hai una cartina e dove tutti si siedono per studiare, amoreggiare o sognare un'altra vita, alle storie sentite raccontare in giro un po' qua e un po' là, al centro sociale di Forte Prenestino, alle pozzanghere e agli uccellini che maledici per averti svegliato col loro cinguettio a mezzogiorno, al teatro di non ricordo più dove e al concerto dei Batxoki, al treno per Fiumicino e al Parco Leonardo e al Roma Est e ai negozi pieni di luci, a Cinecittà di notte e alla piadina di Ali Babà, alla metro nuovissima di Manzoni e al degrado all'Anagnina, all'Aniene che straripa in un giorno di pioggia sulla Nomentana, a Villa Borghese e quel profumo di gioia, alla sede della polizia di Trastevere e al 3 che non passa mai, alla stazione di Lunghezza e al grande raccordo, a quando ridi delle puttane su via Togliatti e poi pensi a quello che devono sopportare, all'Eur e al Palalottomatica, a via Giolitti e alle bici di fronte la caserma Sami, a piazza Vittorio coi ragazzini che giocano a basket, al Mastro Titta e alle sue cameriere, alle partite di calcetto giù al Bettini. A tutte queste cose. Adesso è solo la pioggia che mette tristezza qui, non più forte e decisa, ma leggera e fastidiosa, che ti entra negli occhi e ti punge la pelle. Però l'alba, il tramonto, il caffé caldo e un libro tra le lenzuola, quelli non può cambiarli nessuno.

martedì 3 febbraio 2009

Nostalgie (parte I)

Un foglio sbiadito, piegato e perso in mezzo a un libro letto tempo fa. In basso la data, 2003.


"Non crederai davvero di passarla liscia."
"No", bisbigliò. Poi guardò meglio, e si accorse che Aaron stava inarcando le labbra in un sorriso appena accentuato. "Mi prendi in giro?"
"Smettila."
"No, smettila tu."
"Sei una bambina quando fai così, Kris."
"Non chiamarmi in quel modo" replicò in tono secco. Era piuttosto irritata, come se non bastasse il vento forte le sferzava il viso e le copriva con i capelli gli occhi, ormai quasi sul punto di lacrimare. Teneva le braccia conserte, nel tentativo di scaldarsi le mani, congelate dal freddo pungente e quasi insensibili, contro l'addome.
"Sai, no, che qualche giorno fa siamo stati chiamati dal preside, io e mio fratello." Rise divertito per un attimo, facendo spallucce. "Ci ha detto che è stata l'ultima goccia. Chissà che diamine voleva. Lo sai che ho fatto finta di essere serio, ma mi veniva da ridere, aveva un'espressione buffissima."
Restò a osservarlo mentre parlava e gesticolava, immobile e silenziosa, seduta su quel tronco fradicio. Una smorfia sarcastica, in aggiunta a un ironico - "bravi" - pronunciato con un filo di voce. Non era del tutto sicura che fosse riuscito a sentirla.
Aaron tornò serio abbastanza velocemente, giusto il tempo di mettere da parte quei pensieri divertenti, focalizzandosi su lei. Socchiuse un po' le palpebre. "Ma stai piangendo?"
"No."
Portò una mano al suo viso, sfiorandole la guancia umida con il palmo e le dita aperte. Cercò di spostarle quelle fastidiose ciocche svolazzanti dietro l'orecchio, per scoprirle il volto, ma in pochi secondi uno spiffero d'aria vanificò il gesto. La ragazza non si scompose di una virgola, mantenendo lo sguardo in basso, sulla sabbia bagnata. "Adesso ricominci con la solita storia che io non so capirti, immagino" incalzò lui, ritraendosi e incrociando le braccia al petto.
Gli lanciò uno sguardo di stizza, e "ho saputo che andrai a Jelgava l'anno prossimo" si limitò ad aggiungere brevemente.
"Chi te l'ha detto?"
"Non importa."
"Non farmi arrabbiare, ti ho già detto che non sopporto quando gli altri hanno la pretesa di decidere cosa sia o non sia importante per me."
"Perché non me l'avevi detto? Che aspettavi?"
Si interruppe prima di emettere alcun suono, con la bocca semiaperta. Voltò la testa dall'altra parte, corrugando la fronte. "Kristine, aspettavo il momento giusto, e in questi giorni ci siamo visti poco. E poi non voglio, non con i miei amici davanti." Alzò lo sguardo al cielo, poi lo riportò sulla grande distesa d'acqua propriò lì, a pochi metri da loro.
"Guardami, Ar. Per favore."
Non disse nulla, limitandosi ad accontentarla. Vide i suoi occhi lucidi.
"Perché?"
"Te lo spiego quando ti sarai calmata."
"Fai quello che vuoi."
"Io? Sempre."
"Ti odio."
"Non dirmi così."
"Sei tu che ti fai odiare."
"E tu non odiarmi."
"Ti amo."
"Ti amo anch'io."

sabato 31 gennaio 2009

Imbarazzismi

Ogni tanto capita che vado al bagno. Sì, lo so. Non sono il solo fortunatamente. Ma di recente rovistando un po' tra depliant, giornali e affini, ho trovato un libricino davvero interessante. E' scontato che me lo sia bruciato praticamente in un'unica, lunga seduta. Seduta in entrambi i sensi, eh. Tra l'altro, c'è anche una incredibile rivista che contiene un articolo che mi ha colpito molto, riguarda l'origine, lo sviluppo e la fine dell'universo, con varie teorie e spiegazioni molto particolareggiate. Mi incuriosisce enormemente la cosmologia e l'astronomia, con tutte le scienze annesse, astrofisica, planetologia e quant'altro. Ma non è questo il punto, comunque. Il libro di cui parlavo spiega le dinamiche dei comportamenti umani nei confronti delle diversità. Un brano mi ha colpito in particolare:


"Conosci le parolacce in italiano?"
"Sì."
"Dimmene una!"
"Extracomunitario!"
"Ma dai! Anche gli svizzeri e gli americani sono extracomunitari!"
"Quindi non è una parolaccia?"
"Certo che no!"
"Anche se ci definisce per quello che non siamo?"
"Sì."
"Allora spiegami perché un ragazzino di 14 anni, solo perché è nato in Italia, mi ha dato dell'extracomunitario, a me che sono in Italia da ormai trent'anni, lavoro, pago le tasse, che mi sono ingozzato di chili di spaghetti e pizza, mi sono sorbito in questi anni tutti i festival di Sanremo, scioperi, crisi di governo, code, tifato per gli azzurri e per di più ho la cittadinanza italiana, sposato con una italiana con figli italiani? ...Forse perché sono nero?"
"..."


La questione, molto probabilmente, è il linguaggio. Chi studia lingue sa bene che proprio il linguaggio ha una certa rilevanza nelle relazioni, che a volte complica, distorce, modifica. Non è un caso che proprio l'italiano si faccia, in un certo senso, approssimativo quando dobbiamo rivolgerci verso chi è diverso, chi non è dei nostri. C'è una coscienza di fondo spesso inespressa. Che però, con un po' di volontà, non è affatto difficile leggere e interpretare. In ogni caso, è un argomento interessante, no? La farò breve, perché sono noioso. Dove voglio arrivare? Proprio da nessuna parte, sono farneticazioni senza senso. Mi capita di riflettere spesso sull'incomunicabilità, sulle barriere volute o non volute che spesso ci poniamo nei confronti degli altri. Sperare che tutti di comune accordo decidano di tendersi una mano per migliorare come prima cosa se stessi è pura utopia, però credere di poter tentare un piccolo escamotage, qualunque esso sia, per non sentire il peso di un pregiudizio non è certo un delitto punito da una sentenza incontrovertibile e mai scontato.

giovedì 22 gennaio 2009

Acqua di rubinetto

Resterei ore sotto le coperte calde, coccolato dall'odore del mattino. Rannicchiato in posizione fetale dopo un brusco risveglio, cercando di non disperdere il tepore del corpo. Rumori da fuori, televisore acceso, fornelli, pentole, risate. E' un movimento così vicino, che la porta chiusa tiene lontano dal mio piccolo rifugio. La luce filtra, non ci vuole poi molto ad abituarsi ai mille pensieri che arrivano tutti d'un colpo, come trasportati dai raggi e fino a quel momento in attesa, sopiti dietro la finestra, di raggiungermi in un frangente di distrazione. Basta solo capire di essere svegli, una consapevolezza che non tarda ad arrivare, e che sortisce lo stesso effetto di una secchiata gelida. Questo è il vero mondo: diverso da quello appena lasciato, diverso, tangibile. Mi alzo per osservare le piccole pozze d'acqua brillare, illuminate dal sole già alto. Una bottiglia d'acqua, senza etichetta, piena per metà o mezza vuota come dir si voglia, attira la mia attenzione e per un attimo smetto di pensare. La pioggia, che ha smesso di scendere da poco, poi ti ritorna in mente inaspettatamente, e tu lo sai. Un'altra pioggia, ben più amara, molto più efficace nello scavare l'animo come fosse una pietra sempre più levigata. E ritorna quella catena di parole incomprensibili per chi non le ha vissute. Ombrello, gelo. Un profumo leggero, da donna. Un ricordo mai cancellato, che rivive ogni volta che può, ogni volta che il pensiero va a sfiorarlo appena e scioglie i suoi lacci pesanti come catene, e ora tutto quello che ne resta è questo foglio celeste arrotolato, fissato da un nastro riccio, sul blu. L'immagine in alto è quella di un tramonto lunare con il mare schiarito dal tenue argento dei raggi, rifratti in parte dalle piccole increspature dell'acqua. Palme ai lati, una spiaggia da sogno. E la prima scritta, che cita così:


Tutta la notte ho dormito con te,
vicino al mare, nell'isola.
Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,
tra il fuoco e l'acqua.

Forse assai tardi
i nostri sogni si unirono,
nell'alto o nel profondo,
in alto come rami che muove uno stesso vento,
in basso come rosse radici che si toccano.

Forse il tuo sogno
si separò dal mio
e per il mare oscuro
mi cercava,
come prima,
quando ancora non esistevi,
quando senza scorgerti
navigai al tuo fianco
e i tuoi occhi cercavano
ciò che ora
- pane, vino, amore e collera -
ti dò a mani piene,
perchè tu sei la coppa
che attendeva i doni della mia vita.

Ho dormito con te
tutta la notte, mentre
l'oscura terra gira
con vivi e con morti,
e svegliandomi d'improvviso
in mezzo all'ombra
il mio braccio circondava la tua cintura.
Né la notte né il sonno
poterono separarci.

Ho dormito con te
e svegliandomi la tua bocca
uscita dal sonno
mi diede il sapore di terra,
d'acqua marina, di alghe,
del fondo della tua vita,
e ricevetti il tuo bacio
bagnato dall'aurora,
come se mi giungesse
dal mare che ci circonda.


Tre fogli, uniti con lo scotch. Nell'ultimo, un secondo disegno: una donna distesa su dei fiori, nell'oscurità, con un vestito chiaro che ne segue le morbide forme, e una foglia in mano, con la quale si accarezza il viso. Altri versi iniziano, subito a seguire:


Ho fame della tua bocca, della tua voce, del tuoi capelli
e vado per le strade senza nutrirmi, silenziosa,
non mi sostiene il pane, l'alba mi sconvolge,
cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.

Sono affamata del tuo riso che scorre,
delle tue mani color di furioso granaio,
ho fame della pallida pietra delle tue unghie,
voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.

Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,
il naso sovrano dell'aitante volto,
voglio mangiare l'ombra fugace delle tue ciglia

e affamata vado e vengo annusando il crepuscolo,
cercandoti, cercando il tuo cuore caldo
come un puma nella solitudine di Quitratúe.


Lo conservo in un posto che solo io conosco, come se custodissi gelosamente una pietra preziosa. Tutto ciò che mi resta è questo pezzo di carta, e sorrido adesso, per la prima volta, verso il sole che fa brillare le pozzanghere.